del tuo vecchio bicchiere

mentre mi prendevi tra le dita

e io merlo tra i merli della torre

sondavo –

tra le onde del cielo bianco lattice.

Sorsi tra le risorte sorti stanche

e scesi nei solchi insondabili

delle tue crepe tra le labbra

e risorsi da lì

sorso tra i sorsi.

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Incalcolabile

Non c’è modo alcuno di contare
nel mondo dei reali
le volte che son morta
dormendo accanto alla tua schiena.

E mentre tu vivevi
nei sogni tuoi privati
io, nel regno dei morti,
pescavo dalle fogne
i miei incubi salati.

Lontanissimo, oltre i ponti
tu respiri e sopravvivi
e io cerco nelle pozzanghere
i riflessi dei miei occhi felici

e trovo solo ciglia e sopracciglia scompagnate
e mi nascondo allora nelle tasche, a piangere in pace.

Sei tu, dopo tutte queste notti,
che hai trovato in fondo al fosso
questi miei due poveri occhi?
Dove sei in questo mare di ranocchi?
Chi sono io quando tu mi tocchi?

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Dio degli orgasmi più neri, ti prometto che tornerò vergine, una volta oltre la cima dei pensieri. Oltre le nubi da Olimpo, dio delle atmosfere terrestri, respirerò anche per te e completerò la mia trasformazione. Rallenterò il passo del mio sangue e lo calibrerò sul ritmo del grasso fiume che scorre impudico sotto i miei occhi, fregandosene del sole. Non avrò fretta, dio di tutte le musiche sotterranee, e saprò farmi toccare dalla tua mano di lava, dopo, mi potrai pietrificare. Roccia immobile saprò affondare nel greto ingaro del mare e dormirò seza sogni nell’eterna piana sotto il tuo tempestoso infuriare. E tu, dio dei germogli infestanti, potrei pescarmi e, stanco di me, nei venti liberarmi a sgretolare e se sale un lamento sarà uno solo e sarà della natura del bene che viene dal male. Ti prometto che tornerò senza parola, se mi spingi oltre l’impossibile vetta del ventre e ti romperò gli occhi in pianto con stelle di cristallo sorridente. Oppure, se vuoi, sarò nuovamente una variabile adolescente e arrossirai nel mio rosso battito titubante. Dio delle correnti speziate, se mi aiuterai, tonerò di nuovo navigante e al porto del mio seno, sarò il mercante che per due becchi d’aquila solamente ti darà la penna salata per scrivere, con l’inchiostro che hai in mente, le tue preghiere inascoltate. Dio dei nervi rotti, ti ascolterò leggere, nelle tue notti, la lista delle tue voglie inappagabili e potrai piangere sulle mie cosce, se le mie cosce, oltre il vapore dei rami, rimaranno aperte impigliate. Dio dei sospiri interrotti, promettimi la guerra dei sensi e in cambio sarò per te, dio dei ginocchi tersi, uno spettacolo liquido di voli riflessi, e mentre mi pensi allontanare, ti prometto che mi potrai dimenticare.

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Nessuno a tenere le porte dei cuori che si blindano
Nessuno alle finestre a chiedere aiuto alla strada
le nostre case immobili e disperate
le nostre cose dovunque
roba che mi sta tra i piedi per pensare

Faccio solo un piccolo necessarium
oggetti con un cuore
e tutta la mappa – mondo per pensare

Voglio uscire per il mio mondo
scendendo le strade dei pianeti

Dovremmo riprenderci il pianeta
strada dopo strada
Dovremmo rinsaldare le alleanze

Nessuno ad aiutare il calare della notte
da tempo non si vedono le stelle
è solo giorno
tutto è acceso e non si dorme

Scenderò nella notte
troverò i suoi angoli maledetti che splendono corrotti
saprò riconoscerli tutti

cattedrali abissali o retro stazioni di bus o formica in un orecchio

Avrò accesso alle maledizioni
siamo sempre pronti a tutto
e non ci perderemo

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O public road, I say back I am not afraid to leave you, yet I love you/ You express me better than I can express myself […] – Whitman, Song of the Open Road

Ti racconto di quando ci riprendevamo le notti e rubavamo tempo al mondo.

Quando ci riprendevamo le notti, potevamo essere in uno qualsiasi dei tempi del mondo e il tempo era solo un’altra scorciatoia da sbagliare. E un gradino di un negozio chiuso (d’angolo su un incrocio) sembrava comodissimo e mai sarebbe venuta in mente una sola ragione per alzarsi di lì. Qui è naturale, per me, di restare, sotto il cielo profondo, che è lontano e mi manca ma è qui dentro la nostra bocca.

A rubare notti al mondo eravamo, sulla lingua ruvida della notte, sapori di pelle di un altro.

Ti racconto di quando eravamo in città come in una casa all’aperto, ed ogni sua piazza volevamo salotto e camminare era come baciare. Là, in quel punto del tempo, sotto le luci arancioni della notte tarda, una volta ho sentito che qualcosa stava diventando, di nuovo, mio; la notte, la tua vita, tornava ad essere tua, tornava ad essere te come tu tornavi ad essere la notte.

Era quando sentivamo meravigliosamente, quando ci spettinavano canti volanti e ballava scalza la mia mente.

Ed è un presente, e sei pieno di luci e sei pieno di ombre e sei calmo, come la sua aria sospesa, e tu, come la notte, ti apri al viandante in spiragli caldi, e calavamo sul mondo come si adagia la notte quando cala

sui panni dimenticati stesi

o sui sellini delle biciclette, sui fornai, sulle cavallette.

Tu, come la notte, sei magia vivente e hai tutti i poteri e sai trasformarti e volare e sparire. Sei gatto lunare con baffi azzurri e pelo color madreperla. Sei il graffio di luna che fa urlare il cielo che dorme.

Ti racconto di quando, gatti lunari, ce ne andavamo come vagabondi tra i quartieri d’Oltrefiume, scavandoci i cuori, liberando le parole dai denti. Quanti incantesimi abbiamo fatto sugli occhi dei muri, quante formule magiche scoperte tra le pietre.

 

Quarantasette ricordi di radura

poi 100 lentesimi di perlagiada

e un mozzicone da sacrificare.

Lampi di cuore

pianto di vento

che dian potere

a sto lamento

 

Pietra di paura

grido di stortura

si mischino

a venti di pianura;

poi si giri tutto controsenso

per minuti mediosettecento.

Si invochino gli amori

si pronunci con i cuori:

 

Lampi di cuore

pianto di vento

che dian potere

a sto lamento

Pietra di paura

Grido di stortura

si mischino

a venti di pianura

e tu, calura d’agosto

sii impunita e

fa di noi mosto

e poi, vino di salita.

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